Visualizzazione post con etichetta KOSHER TEXAS RANGER. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta KOSHER TEXAS RANGER. Mostra tutti i post
sabato 29 novembre 2014
mercoledì 4 giugno 2014
EPISODIO PILOTA?
E' con grande piacere che vi annuncio che nei prossimi giorni inizieranno le riprese dell'episodio pilota di Kosher Texas Ranger!
venerdì 31 gennaio 2014
Il caso del terribile Mohel 1.
“Oh,
mio 'ddio!”
l'urlo
risuonò potente come ad aprire uno squarcio nella notte.
“Oh,
mio 'ddio!”
Molto
velocemente, in maniera disordinata, le luci delle varie camere
dell'Hotel Moshe Dajan si illuminarono. Una folla di clienti e
turisti che alloggiavano nell'hotel numerosi per la stagione estiva,
si radunò nei corridoi presi dal panico. Presto arrivò la polizia e
un'ambulanza.
“Mi
sono svegliato all'improvviso e ho avvertito un certo dolore. Ho
guardato,... capisce?...lì, insomma nelle mie parti, ecco! E non
c'era più un pezzo. Qualcuno mi ha tagliato un pezzo di...”
“Circonciso
è la parola giusta signore” precisò il dottor Magidor sollevando
le lenzuola con una penna e guardando lì sotto.
“Ancora
lui!” esclamò il capitano
“Lui
chi?” disse a metà tra l'incredulo e lo sconvolto la giovane
vittima.
“Il
terribile Mohel! O meglio è così che lo abbiamo ribattezzato. Lei è
soltanto l'ennesima vittima di questo pazzo! Ha già circonciso una
mezza dozzina di turisti”
“Mohel?
E cos'è di grazia un Mohel?”
“Un
Mohel è colui che fa le circoncisioni, non ha visto Robin Hood un
uomo in calzamaglia?”
“Oh,
sì...mohel...” e così dicendo il giovane cadde privo di sensi sul
letto.
Nel
frattempo in un angolo della stanza stava una signora delle pulizie
dalle taglie generose, tonda come la classica signora delle pulizie.
Guardava con un'attenzione che superava la curiosità femminile.
Quella inserviente ascoltava in silenzio e registrava ogni dettaglio.
Quando il medico e il capitano se ne andarono, cominciò a
spolverare, ma, mentre si assicurava che nessuno la stesse guardando,
raccolse di soppiatto un foglietto da terra e furtiva uscì dalla
porta e quindi dall'hotel. Infilò una strada che dal lungo mare
portava verso l'intricata rete di vicoli della città vecchia, man
mano che avanzava si toglieva i suoi abiti e li metteva dentro un sacco nera dell'immondizia. E via il berretto e via i guanti e il
grembiule e la camicetta, poi la parrucca, e si pulì gli occhi dal
trucco. Non rimase nuda, dato che sotto aveva altri abiti, da uomo.
Non appena la sua metamorfosi fu completa ritornò sulle vie
principali camminando con passo veloce ma marziale. Giunse davanti
al citofono di un condominio degli anni sessanta, suonò il
campanello su cui c'era scritto Ben Ghidon.
“Chi
è?”
“Sono
la signora delle pulizie!”
Si
sentì il tipico bzz dell'apertura
di una porta di un condomio. La “signora delle pulizie” entrò.
sabato 25 gennaio 2014
Il caso del terribile Mohel: PROLOGO
Jovann' Eli era di ritorno dalla spesa. Varcò la soglia dell'appartamento di Ben e lo trovò silenzioso seduto su una sedia, al contrario, mentre guardava pensieroso fuori dalla finestra.
"Tutto bene?" chiese con tono materno Jovann.
Nessuna risposta. Ben era completamente assorto nei suoi pensieri.
A terra Jovann' scorse un quotidiano aperto e un titolo in grassetto che faceva raggelare il sangue:
"Tutto bene?" chiese con tono materno Jovann.
Nessuna risposta. Ben era completamente assorto nei suoi pensieri.
A terra Jovann' scorse un quotidiano aperto e un titolo in grassetto che faceva raggelare il sangue:
Il terribile Mohel colpisce ancora
Jovann' colto dall'angoscia che quel titolo gli provocava fece cadere le borse della spesa. Le uova si ruppero, i pacchi di merendine andarono ovunque.
Ben si girò e lo guardò con l'espressione più dura che potesse assumere:
"Dobbiamo catturarlo!"
E' finita la prima stagione, ovvero il primo racconto lungo o romanzo brevissimo su KTR.
CIELO DI PIOMBO, ISPETTORE GHIDON! EPILOGO
Ben correva fortissimo: con il corpo rigido, ma con dinamismo atletico. Dietro di lui, a pochi passi Jovann' Eli era paonazzo e cercava a tutti i costi di reggere il suo ritmo forsennato. Più indietro ancora c'era Pereira, che non si curava per nulla e procedeva a passo normale, mentre degustava uno yogurt che reggeva con una mano e un tozzo di pane che reggeva con l'altra (era la sua cena). Giunto in fondo alla via entrò dalla porta di un condominio e continuò la sua corsa su per le scale. Jovann'Eli era ormai al limite delle sue possibilità, era completamente sudato e i suoi capelli e le sue basette di un nero accesamente mediterraneo grondavano come fossero le cascate di David nelle riserva di Ein gedi. La sua gola era arida come i dintorni del mar Morto. I suoi occhi erano rossi come l'acqua del Nilo durante la prima piaga d'Egitto. Dentro di sè si chiedeva ripetutamente perchè aveva accettato l'invito dell'amico. Fortunatamente, appena varcata la soglia del condominio si accorse che c'era l'ascensore. Balzò dentro con le sue ultime energie, pigiò il bottone: ventesimo piano, giardino pensile, o meglio גינת גג קומה העשרים e perse i sensi mentre l'ascensore cominciava a salire. Nel frattempo Ghidon era già al quinto piano. Correva velocemente con una postura che ricordava vagamente quella di Tom Cruise quando corre: petto in fuori e passi rapidi con altissima frequenza, testa indietro. Pereira era ancora a cento metri dall'edificio e faceva girare tra le mani un siclo, nulla poteva distoglierlo dalla sua tranquilla e beata inettitudine.
Ben correva correva. Arrampicò gli ultimi gradini e si trovò nei giardini pensili di Babilonia, o questo era quello che sembrava quella magnifica distesa di natura. Ma non c'era tempo per la botanica: corse fino al bordo del terrazzo, si infilò tra i cespugli, estrasse il suo Menorah gun e fece partire un colpo, anzi sette colpi. A trecento metri dopo pochi istanti tra le tribune numerate dello stadio, nel settore popolare, sette loschi figuri caddero all'istante feriti in modo grave. La gente intorno si alzò e ci fu molta confusione. Ci fu panico. Giunse la polizia e scoprì che ciascuno di quei sette individui aveva in tasca un detonatore. Lo stadio fu fatto evacuare. Le bombe furono scoperte e fatte brillare.
Mentre tutto questo succedeva Ben Ghidon era già a casa e stava già preparando una delle sue insalate di riso. Aveva vinto una battaglia, ma c'era ancora un guerra e il generale dello schieramento avversario era tutt'altro che battuto.
Da poco pure Jovann'Eli era stato ritrovato ancora privo di sensi da una coppia di vecchietti che volevano prendere l'ascensore. Chiamarono l'ospedale, fu lì curato e dopo pochi giorni fu dimesso e sembrava quasi come prima.
Pereira stava ancora facendo roteare il siclo tra le sue dita.
Il signor G. era arrabbiatissimo. Era così nero come non lo era mai stato in viso e gridava forsennatamente: "Chi? Chi? Chi ha osato ostacolare il mio piano?"
Il suo avvocato Emmet Mutson sempre con il suo ghigno plastico sul volto non disse nulla.
La città era salva, ma non si sapeva chi era stato l'eroe.
Solo dopo qualche giorno la stampa pubblicò il risultato delle analisi e rese pubbliche le immagini dei proiettili che avevano colpito i terroristi. Su ognuna di loro c'era una stella a sette punte incisa e all'interno c'era la scritta
Kosher Texas Ranger.
venerdì 13 dicembre 2013
KTR capitolo 12
Ben Ghidon era avido di dettagli. Attaccato all'emettitore come un tifoso di calcio d'altri tempi alla radiolina, annotava tutti i dettagli.
"Il prossimo mercoledì ci sarà la partita di calcio amichevole tra Israele e Palestina. E' stato un evento fortemente voluto come uno dei primi segni di riappacificazione tra i due paesi. Noi dobbiamo approfittare di questo evento. Vestiti da terroristi arabi jihadisti posizioneremo una bomba sugli spalti e daremo il la ad una serie di violenze che distruggeranno le due comunità lasciando spazio libero al nuovo regno cristiano della Terra Santa!"
Le parole del signor G. echeggiavano minacciose dietro i vetri oscurati della grande "limousine". Ben Ghidon poteva ben immaginare lo sguardo incattivito del signor G come se fosse lì. L'avvocato Emmett Mutson si sfregava le mani.
Ben Ghidon cominciò a far funzionare il suo cervello, una potente macchina che connetteva fatti, operava deduzioni, analizzava dati. Mancavano pochi giorni e c'era bisogno di una pianificazione precisa delle azioni da svolgere per contrastare i piani maligni di quei fondamentalisti. Ben però era ottimista dato che aveva un'arma in più del suo nemico, anzi due: la presenza di un infiltrato nell'organizzazione criminale, il "fedele" Santos e la sua risolutezza. Tuttavia qualche dubbio cominciò ad abitare il suo pensiero. Come avrebbe potuto essere certo della fedeltà dello smidollato Pereira? Doveva fare qualcosa di concreto per garantirsi la sua completa obbedienza. Il suo piano prevedeva due o tre pasti al giorno gratuiti per l'infiltrato speciale, ma per quanto il gusto del Santos era facilmente appagabile, non c'era certezza aldilà di ogni dubbio che la cucina di Ben potesse soddisfare quei pur bassissimi criteri minimi. Era certo che c'era bisogno di un aiuto. Fu allora che a Ben venne in mente il suo vecchio amico di studi Jovann'Eli, esperto di cucina e di matematica applicata alla risoluzione dei crimini. In men che non si dica lo chiamò e gli propose di dargli una mano. In cambio gli offrì carta bianca, un budget illimitato per gli ingredienti e la possibilità di partecipare al suo fianco alla risoluzione del caso. Fu così che quando il bonaccione compagno di studi accettò, il nostro Kosher Texas Ranger, aveva oltre al suo informatore, pure un amorevole e premuroso Watson.
"Il prossimo mercoledì ci sarà la partita di calcio amichevole tra Israele e Palestina. E' stato un evento fortemente voluto come uno dei primi segni di riappacificazione tra i due paesi. Noi dobbiamo approfittare di questo evento. Vestiti da terroristi arabi jihadisti posizioneremo una bomba sugli spalti e daremo il la ad una serie di violenze che distruggeranno le due comunità lasciando spazio libero al nuovo regno cristiano della Terra Santa!"
Le parole del signor G. echeggiavano minacciose dietro i vetri oscurati della grande "limousine". Ben Ghidon poteva ben immaginare lo sguardo incattivito del signor G come se fosse lì. L'avvocato Emmett Mutson si sfregava le mani.
Ben Ghidon cominciò a far funzionare il suo cervello, una potente macchina che connetteva fatti, operava deduzioni, analizzava dati. Mancavano pochi giorni e c'era bisogno di una pianificazione precisa delle azioni da svolgere per contrastare i piani maligni di quei fondamentalisti. Ben però era ottimista dato che aveva un'arma in più del suo nemico, anzi due: la presenza di un infiltrato nell'organizzazione criminale, il "fedele" Santos e la sua risolutezza. Tuttavia qualche dubbio cominciò ad abitare il suo pensiero. Come avrebbe potuto essere certo della fedeltà dello smidollato Pereira? Doveva fare qualcosa di concreto per garantirsi la sua completa obbedienza. Il suo piano prevedeva due o tre pasti al giorno gratuiti per l'infiltrato speciale, ma per quanto il gusto del Santos era facilmente appagabile, non c'era certezza aldilà di ogni dubbio che la cucina di Ben potesse soddisfare quei pur bassissimi criteri minimi. Era certo che c'era bisogno di un aiuto. Fu allora che a Ben venne in mente il suo vecchio amico di studi Jovann'Eli, esperto di cucina e di matematica applicata alla risoluzione dei crimini. In men che non si dica lo chiamò e gli propose di dargli una mano. In cambio gli offrì carta bianca, un budget illimitato per gli ingredienti e la possibilità di partecipare al suo fianco alla risoluzione del caso. Fu così che quando il bonaccione compagno di studi accettò, il nostro Kosher Texas Ranger, aveva oltre al suo informatore, pure un amorevole e premuroso Watson.
giovedì 12 dicembre 2013
Il successo di Ben Ghidon e l'immaginario collettivo
venerdì 6 dicembre 2013
KOSHER TEXAS RANGER: CAPITOLO 11
Il rosario pendeva dalla tasca del giovane Santos Alberto do Pereira. A passo lungo e con il suo impermeabile nero nero solcava le strade di Tel Aviv in direzione dello stadio. Dall'altra parte del rosario, intendo, dall'altro estremo del trasmettitore, nel suo appartamento con i piatti da lavare e la sveglia che non suonava e non sarebbe neppure suonata più, stava ben Ghidon. L'auricolare sul suo orecchio mandava ogni segnale che arrivava dalla 45° Ave Maria del rosario modificato.
Dall'estremo opposto della città su una lunga automobile di fabbricazione tedesca, diremmo una limousine se l'effemminato suono francese del nome non stridesse così tanto con l'omofoba personalità del suo proprietario, il signor G e il suo avvocato sorseggiavano Jegermaister e Stroh rum dietro i vetri oscurati. L'autista andava dritto verso il parcheggio dello stadio. L'avvocato Emmet Mutson aveva il suo ghigno stampato in volto, ghigno che spariva di rado, mentre il signor G aveva la sua tipica espressione oscura.
Le ruote dell'autovettura valchirica roteavano allo stesso modo in cui roteava la moneta da 5 sicli tra le dita di Santos Albero do Pereira. Era un modo per esorcizzare al situazione stressante. Sapeva bene di trovarsi come Ian Solo e compagni nella trita rifiuti della morte nera. Da una parte c'era il signor G e il suo avvocato, le incarnazioni del potere e del male, coloro che avevano fatto di lui e dei suoi amici il braccio armato del turbo estremismo cattolico (e pensare che lui non era neppure cattolico, aveva iniziato per i buffet dopo le riunioni al circolo e poi una cosa, si sa, tira l'altra). Dall'altra parte c'era quello che Giovanni o i fratelli Coen avrebbero chiamato il "solitario cavaliere dell'apocalisse", ma in una versione benigna, la furia della giustizia incarnata nel fisico poco sportivo ma sufficientemente rude di ben Ghidon, alias Kosher Texas Ranger (qui bisogna necessariamente ricordare che Ben non era quella macchina da guerra che conosciamo in virtù di una sistematica e programmatica pratica sportiva, ma ereditava la sua caratteristica forza da una giovinezza che lo aveva visto prima contadino stacanovista in un kibbutz e poi grande esperto di flessioni sulle gambe negli anni dell'accademia). L'unica cosa che dava conforto a Santos era ripensare alla battuta di Harrison Ford: " Una cosa è certa. Diventeremo magrissimi."
La moneta roteava ancora e roteava ancora quando lo stadio fu in vista. Il parcheggio era vuoto. Dopo un po' vide spuntare all'orizzonte altri membri del fronte popolare. E per ultima vide l'automobile nera del Signor G. "Salite! Uno alla volta!" disse Emmett con la sua voce acuta. Ben fece entrare gli altri camerati. Quando fu il suo turno fu sottoposto alla perquisizione. Aveva non poco timore per l'apparecchiatura tecnologica che portava con sé. Si narrava che una volta il signor G. avesse scoperto un traditore e lo avesse costretto a vivere per il resto dei suoi giorni in una cripta circondato da tv che trasmettevano in continuazione il rosario di Lourdes di TV2000. Non si seppe più nulla di lui. Emmett con l'attenzione del cercacavilli guardava ogni minimo millimetro quadro dell'abito di Santos. Alla fine fu attratto dal rosario: "Allora Alberto? Ti dai alla preghiera? Bravo!" Prese il rosario tra le mani e lo fece sobbalzare un po' di volte sulla mano. Dall'altro capo del rosario, ovvero dall'altra parte del trasmettitore ultrasensibile, i contraccolpi del rosario sulla mano dell'avvocato fecero sobbalzare ben Ghidon che pensò all'inizio si trattasse di esplosioni. Per fortuna il suono sparì e sentì ancora le voci. Era stato un falso allarme. Posò la stellina di Davide ninja a sei punte che aveva istintivamente estratto dalla tasca sul tavolo e continuò ad ascoltare con attenzione.
Dall'estremo opposto della città su una lunga automobile di fabbricazione tedesca, diremmo una limousine se l'effemminato suono francese del nome non stridesse così tanto con l'omofoba personalità del suo proprietario, il signor G e il suo avvocato sorseggiavano Jegermaister e Stroh rum dietro i vetri oscurati. L'autista andava dritto verso il parcheggio dello stadio. L'avvocato Emmet Mutson aveva il suo ghigno stampato in volto, ghigno che spariva di rado, mentre il signor G aveva la sua tipica espressione oscura.
Le ruote dell'autovettura valchirica roteavano allo stesso modo in cui roteava la moneta da 5 sicli tra le dita di Santos Albero do Pereira. Era un modo per esorcizzare al situazione stressante. Sapeva bene di trovarsi come Ian Solo e compagni nella trita rifiuti della morte nera. Da una parte c'era il signor G e il suo avvocato, le incarnazioni del potere e del male, coloro che avevano fatto di lui e dei suoi amici il braccio armato del turbo estremismo cattolico (e pensare che lui non era neppure cattolico, aveva iniziato per i buffet dopo le riunioni al circolo e poi una cosa, si sa, tira l'altra). Dall'altra parte c'era quello che Giovanni o i fratelli Coen avrebbero chiamato il "solitario cavaliere dell'apocalisse", ma in una versione benigna, la furia della giustizia incarnata nel fisico poco sportivo ma sufficientemente rude di ben Ghidon, alias Kosher Texas Ranger (qui bisogna necessariamente ricordare che Ben non era quella macchina da guerra che conosciamo in virtù di una sistematica e programmatica pratica sportiva, ma ereditava la sua caratteristica forza da una giovinezza che lo aveva visto prima contadino stacanovista in un kibbutz e poi grande esperto di flessioni sulle gambe negli anni dell'accademia). L'unica cosa che dava conforto a Santos era ripensare alla battuta di Harrison Ford: " Una cosa è certa. Diventeremo magrissimi."
La moneta roteava ancora e roteava ancora quando lo stadio fu in vista. Il parcheggio era vuoto. Dopo un po' vide spuntare all'orizzonte altri membri del fronte popolare. E per ultima vide l'automobile nera del Signor G. "Salite! Uno alla volta!" disse Emmett con la sua voce acuta. Ben fece entrare gli altri camerati. Quando fu il suo turno fu sottoposto alla perquisizione. Aveva non poco timore per l'apparecchiatura tecnologica che portava con sé. Si narrava che una volta il signor G. avesse scoperto un traditore e lo avesse costretto a vivere per il resto dei suoi giorni in una cripta circondato da tv che trasmettevano in continuazione il rosario di Lourdes di TV2000. Non si seppe più nulla di lui. Emmett con l'attenzione del cercacavilli guardava ogni minimo millimetro quadro dell'abito di Santos. Alla fine fu attratto dal rosario: "Allora Alberto? Ti dai alla preghiera? Bravo!" Prese il rosario tra le mani e lo fece sobbalzare un po' di volte sulla mano. Dall'altro capo del rosario, ovvero dall'altra parte del trasmettitore ultrasensibile, i contraccolpi del rosario sulla mano dell'avvocato fecero sobbalzare ben Ghidon che pensò all'inizio si trattasse di esplosioni. Per fortuna il suono sparì e sentì ancora le voci. Era stato un falso allarme. Posò la stellina di Davide ninja a sei punte che aveva istintivamente estratto dalla tasca sul tavolo e continuò ad ascoltare con attenzione.
sabato 23 novembre 2013
L'influenza culturale di KTR e l'immaginario collettivo
venerdì 22 novembre 2013
CAPITOLO 10
"Era dai tempi dei protocolli che non sentivo così tante cazzate messe in fila l'una dopo l'altra!" Con il colletto tirato su e un'espressione estremamente intimidatoria Ben Ghidon sbraitava contro il giovane. "No. E' vero. Ho imbiancato la casa al signor G. Lui mi ha dato i soldi per pagarmi..."
"Sto perdendo la pazienza, brutto collione! Facciamo che ti faccio saltare le palle con la mia 44 magnum? Che ne dici?" E così dicendo Ben puntò la sua compagna di avventure dritta sui gingilli del delinquente. "OK. OK. OK. Ora ti dico tutto"
"Bene, vedo che sai ragionare. Non era il caso di cantare come un soprano per il resto della vita. Vedo che cominci a ragionare. E giusto per essere chiari: io sono la legge! Cosa succederà sabato nel parcheggio dello stadio?" "Non lo so bene. Il signor G. ci ha convocati tutti" balbettò il ragazzo. "Tutti chi?" "Tutti noi dell' FPNC!"
"FPNC?" "Fronte Popolare Nuove Crociate!"
Ben Ghidon ricordò dunque la nota che i suoi informatori avevano depositato quache anno prima sulla sua scrivania, quando era detective. In quel fascicolo si parlava di questo fronte di integralisti fondamentalisti cristiani che avevano come obiettivo quello di riconquistare la terra santa. Al momento aveva pensato che fosse uno dei tanti granchi presi dal servizio informazione. Quei ragazzi erano proprio degli ipocondriaci cospirazionisti: vedevano complotti, pericoli e minacce in ogni dove. Grazie a loro era stata arrestata la vedova Abraham a Tel Aviv l'anno scorso, con l'accusa che il suo gatto fosse in realtà un robot spia costruito dai servizi segreti egiziani. La notizia aveva sollevato forti critiche, dato che, dopo aver steso a colpi di pistola il gatto della signora, ci si era resi conto che non era per nulla un robot e tanto meno una spia. In ogni caso, a quanto pare, questa volta i servizi avevano fatto un buon lavoro. Inoltre Ben ricordava che nel fascicolo si ipotizzava una connessione tra certi ambienti molto alti nella società, come quello che ruotava intorno al signor G. e il suddetto gruppo neocrociato.
Ben Ghidon fece un sorriso beffardo: "Bene ragazzo, sembra che tu sia stato utile! Ora voglio darti una possibilità!" Il ragazzo stava tremando. "Devo dire la verità, tu non mi sembri proprio un delinquente invasato, mi sembri più che altro, come mi è già sembrato di sottolineare, un po' un collione, ma con la doppia l, non con la gl.Con questo intendo che tu non mi sembri il tipo cattivo, ma più che altro uno smidollato che ha sbagliato frequentazioni. Allora, senti un po'. Io voglio dare la possibilità di riconquistarti una dignità. Tu andrai a quella riunione sabato sera, e porterai con te questo." Ben estrasse da un cassetto un rosario. "Questo rosario c'è servito per una missione segreta nel covo dell'Opus dei qualche anno fa e ora come vedi torna utile. Si tratta di un rosario modificato, in cui è stato inserito un microfono con trasmettitore miniaturizzato di ultima tecnologia. Ebbene tu andrai portando con te questo. Ti comporterai come se fosse tutto come sempre e poi ritornerai da me. Se ti farai valere potrei addirittura concederti di diventare un mio uomo di fiducia. Ma sta attento, se farai un qualsiasi passo falso ti ritroverai con il mio piede incollato sul tuo didietro e poi dritto in galera."
venerdì 15 novembre 2013
CAPITOLO 9
"Siamo d'accordo, vero?"
"D'accordo"
"Mi raccomando"
"Certamente"
Il giovane si alzò e sparì dietro l'angolo dopo pochi secondi.
Il signor G. si voltò verso il suo tirapiedi. Il suo tirapiedi Emmett lo guardò.
A chiunque fosse passato di lì sarebbe gelato il sangue alla sola vista di quella scena.
Era come vedere due avvoltoi ricurvi che attendevano una carogna.
In quel momento Ben stava tornando verso casa. Il giovane, il giovane di prima, era in fondo alla sua stessa via e stava andando verso di lui. Bastò uno sguardo e capì che c'era qualcosa che non andava. L'intuito è la dote principale di un detective e Ben Ghidon come abbiamo già detto era un ottimo detective. Il suo cervello registrava quasi in maniera passiva i dati del mondo che lo circondavano. Era programmato per apprendere, per immagazzinare dati, per elaborare strategie, per connettere ipotesi, per vedere anomalie. Non appena incrociò lo sguardo di quel giovane lesse nei suoi occhi che stava nascondendo qualcosa.
L'intuito fece spazio all'istinto e Ben cominciò a correre. Il giovane cominciò a correre a sua volta. Iniziò un inseguimento per le strade di Tel Aviv.
Ben Ghidon era molto veloce, oltre all'addestramento al Mossad lo aveva temprato un passato da arbitro nella liga ha'Al, la massima divisione del calcio israeliano. Correva veloce, ma anche la sua preda correva veloce. Era una bella sfida. E in più le strade erano piene di automobili, l'ora di punta, e c'erano persino numerose bancarelle in giro. Proprio quando sembrava che Ben Ghidon stesse mollando, ebbe una incredibile idea. Estrasse dallo zaino la sua stella di Davide ninja e la lancio con la massima potenza verso il suo avversario. Essa dopo aver roteato luccicando per tutta la via in aria si andò a conficcare senza pietà sulla natica destra del suo avversario che crollò a terra dal dolore.
Ben Ghidon si avvicinò lentamente con l'espressione dura e impassibile di chi rappresenta la giustizia, ma una giustizia più alta:
"Ohu collione!"
E poi diede uno schiaffetto arrogante (ma giustificato) in faccia al giovane che era ancora a terra dolorante.
Il giovane non parlò.
Ben vide una busta che usciva dalla tasca dell'uomo a terra.
"Bene, bene. Vediamo cosa hai qua!"
Il giovane cercò di dimenarsi, ma Ben con il suo stivale lo tenne fermo a terra:
"Forse non lo sai, ma non ti conviene metterti tra me e la giustizia. Io sono Kosher Texas Ranger e sono il peggior incubo per i delinquenti come te. "
Una folla radunata intorno a questo punto emise un "Oh" di stupore. Il nome Kosher Texas Ranger da lì a poco sarebbe stato conosciuto in tutta la città.
Ben aprì la busta: un assegno da 10000$ e una scritta Venerdì sera, dopo il tramonto, parcheggio ovest del Ramat Gan Stadium.
venerdì 8 novembre 2013
CAPITOLO 8 (QUELLO IN CUI SI INTRODUCONO GLI ANTIKTR)
Emmett Mutson sedeva alla sua scrivania. La schiena ricurva e un ghigno fisso sul volto. Gli occhi sembravano sempre puntati nel vuoto, come un qualche gerarca nazista durante un discorso alla folla. Oltre i suoi occhi vuoti si leggeva un mix di xenofobia e mercenarismo. L'avvocato del Signor G, il peggior mercenario della schiera di mercenari del peggior squalo dell'economia mondiale, curvo, lì appollaiato su quella sedia con la lampada puntata sui faldoni, in un ufficio nella stiva dello yacht del suo padrone, sembrava una versione vagamente maschile della strega di Biancaneve della Disney, solo un po' più viscido. Per tutto il tempo come un Azzeccagarbugli cercava cavilli, cercava vecchi casi, cercava canali di corruzione e qualsiasi cosa potesse essere utile a salvare il suo padrone, che per questo, per inciso, lo pagava assai profumatamente. Emmett Mutson stava lì tutto il tempo e non aveva vita sociale. Diceva di essere un grande amatore, ma non esercitava per mancanza di tempo, diceva lui, e perché, a suo dire, non sarebbe mai riuscito a soddisfare le esigenze di così tante amanti; gli sembrava più equo dunque non soddisfarne alcuna.
Non serve ovviamente descrivere il signor G, lui era l'uomo di maggiore successo del suo tempo. Dirigeva con successo miniere nell'Africa Centrale, sfruttava giacimenti petroliferi in Nigeria, era presidente di un club di ciclismo professionistico che aveva lanciato il più grande campione degli ultimi 30 anni, vincitore di una ventina tra Tour de France, Giri d'Italia e Vuelta di Spagna, il famoso ciclista italo americano Lazzaro Fortebraccio. A nulla erano servite le denunce degli altri team ciclistici che ritenevano palese l'uso di sostanze dopanti della peggior specie, l'avvelenamento ripetuto degli avversari e la corruzione degli arbitri; a nulla erano servite le critiche delle associazioni benefiche per lo sfruttamento dei minatori centrafricani, né tantomeno le proteste di Greenpeace per l'inquinamento causato dalle pratiche illegali della combustione dei gas nella fase di estrazione del petrolio: accanto al signor G, o meglio al di sotto del signor G, nella stiva del suo yacht, c'era un uomo senza scrupoli che lo levava da qualsiasi impiccio e che gli permetteva di farsi tranquillamente fotografare dai paparazzi beato circondato dalle ragazze più belle selezionate nei concorsi di bellezza dei paesi nordici che tanto amava.
venerdì 1 novembre 2013
CAPITOLO 7
Elyaku Meir era stato per anni il Q del Mossad. Ora lavorava in proprio clandestinamente. Negli ultimi anni l'isolamento gli aveva da una parte consentito di ottenere grandi sviluppi tecnologici, dall'altro gli aveva fatto sviluppare un morboso attaccamento ai film di Mission Impossible. Era praticamente impossibile per lui non citare questi film, almeno una volta ogni dieci minuti.
Ben Ghidon gli presentò le sue richieste molto brevemente e chiaramente: aveva bisogno di tutto ciò di cui un paladino della giustizia necessita per combattere il crimine, e forse qualcosa in più.
Elyaku aveva un paio di gadget che riservava per un momento speciale e subito capì che quello era il momento speciale. Aprì un cassettino da cui estrasse una scatolina: "Aprila!" disse porgendola a Ben.
Dentro alla scatoletta c'era una stellina ninja scintillante a sei punte. "E' stata sviluppata dai migliori artigiani giapponesi con acciaio di Toledo su mia richiesta, si tratta di un oggetto unico come puoi ben immaginare! Coniuga il top della materia prima europea con l'abilità tecnica dell'estremo oriente e il nostro design". Ben non era particolarmente entusiasta. Lui era rude. Non badava molto all'estetica degli oggetti. Il suo giubbottino di jeans ne era un chiaro testimone. Comunque fece un sorriso di circostanza a Elyaku.
Elyaku capì che però non aveva fatto breccia nel cuore di Ben. Per fortuna aveva ancora alcuni conigli nel cilindro da estrarre. Così si avvicinò a un mobile e aprendo la porta disse:
"Ethan! Ethan!"
"Come hai detto?" disse Ben.
"Niente, niente! Volevo solo mostrarti questo!"
Estrasse un talled.
Ben sembrava ancora più scettico. Cosa se ne faceva di un talled?
"Un talled?"
"Non un talled. Un talled antigravitazionale!"
"Anti-che?"
"Gravitazionale. Ben, se indossi questo, tu potrai fare dei balzi di tre metri semplicemente saltando normalmente! E' una tecnologia segreta! Ho iniziato a lavorare a questi materiali quando lavoravo per la squadra nazionale di Basket."
"Incredibile!"
Non era facile shockare Ben, ma Ben era shockato.
"Quanto ti devo?"
"Niente Ben, solo una promessa."
"Quale?"
"Un giorno, quando tu diventerai un eroe, dovrai riabilitarmi, intercedere per me presso le alte sfere del governo. Sono stanco della latitanza, dell'isolamento"
"Certamente!Te lo prometto"
Ben stava già aprendo la porta per uscire, quando Elyaku lo fermò e gli porse un pacchetto di Brooklyn:
"Gomma piegata, fatta la frittata. Hai cinque secondi di tempo. Non masticarla!"
venerdì 18 ottobre 2013
CAPITOLO 6 (o meglio paragrafo)
Il secondo schiaffo schiarì decisamente le idee a quel rimbambito di Adam Menachen. Non era servito tutto il repertorio intimidatorio di Ben per cavare dalla bocca di quel delinquentello da quattro soldi le informazioni di cui aveva bisogno. D'altra parte il giovane Adam non aveva certo la reputazione del temibile criminale, era più che altro uno sbandato che sbarcava il lunario suonicchiando klezmer ai matrimoni e derubando qualche spicciolo a qualche vecchio rabbino. Ben lo aveva cercato, perché aveva bisogno di una sua conoscenza ben più importante: Elyaku Petardo Meir. Elyaku era il maggiore esperto di armi ed equipaggiamento militare sulle strade di Tel Aviv, ma purtroppo era diventato irreperibile da quel famoso giorno che è tristemente ricordato come il Giorno del Grande Fuoco dal Cielo. In quella data aveva organizzato una serie di potenti fuochi artificiali per festeggiare il Bar Mitzvah di suo nipote, ma purtroppo l'entusiasmo gli aveva fatto perdere il senso delle cose e quello che doveva essere un festoso spettacolo di colore, divenne un missile che si scagliò con grande potenza contro il campanile di una chiesa locale appartenente alla comunità cristiano armena della città. La memoria di quei mattoni che volavano ovunque misti a scintille colorate era bene impressa nella memoria di tutti i presenti e anche se fortunatamente non c'erano stati feriti gravi, l'episodio era stata causa di una certa forte tensione tra le due comunità religiose che si calmò soltanto dopo mesi di trattati e di patti bilaterali.
Adam Menachen, ancora stordito dalla manata di Ben, gli fece cenno di seguirlo. Dopo qualche centinaio di metri attraverso i vicoli della città, i due si fermarono davanti ad una porta. Adam bussò. Da dietro alla porta una voce: "Parola d'ordine!"
"Con i re e i governanti della terra, che si sono costruiti mausolei, ora in rovina" disse Adam.
Quindi la voce da dentro: "E com'è l'anonimato?"
"Come una morbida coperta!" disse Adam.
La porta si aprì. Elyaku Petardo Meir si trovava di fronte a loro con in mano un passamontagna nero con i buchi per gli occhi cuciti. "Ehm...Forse questo non mi serve... ormai mi hai visto... come disse Max, sei tu anche della CIA?" disse Elyaku.
sabato 12 ottobre 2013
CAPITOLO 5
Ben
si svegliò di colpo. Pensò al sogno. Ne analizzò i particolari
alla luce dei suoi studi biblici accademici. C'era molto nel sogno
che lasciava intendere che si trattava di un'autentica manifestazione
del profeta Elia. Il Signore utilizza linguaggi tipici del tempo
della gente con cui vuol comunicare. Ora secondo il testo biblico,
come abbiamo detto Elia non è morto, ma è asceso su un carro di
fuoco nel cielo, per poi scendere di tanto in tanto per dare una mano
all'umanità. Era chiaro che il carro di fuoco era l'ascensore e che
il grande edificio rappresentava il complesso dell'universo di cui
soltanto quel piccolo deposito per gli atrezzi costituiva il mondo.
L'ascensore era una via reversibile per ciò che c'è al di là. Chi
ascende al cielo può sempre premere il tasto piano -2 e scendere
allo sgabuzzino degli atrezzi. Chi muore esce dal mondo da una porta
tagliafuoco e questo percorso è irreversibile. Il profeta Elia
dunque non solo gli aveva dato un incarico importantissimo, ma aveva
una tale fiducia nel valore di Ben, da decidere di abbandonare il
proprio compito di vigilante sul popolo della terra, uscendo dalla
porta tagliafuoco dopo il dialogo con Ben Ghidon.
Ben
si guardò allo specchio.
L'insalata
di riso non aveva mai prodotto sogni così tanto precisi, così
coerenti, così chiari, così ordinati, così ben decifrabili.
Era
veramente il Signore che parlava e non un blocco di riso
bruciacchiato.
Si
girò verso il comodino. Sopra di esso brillava e scintillava una
bellissima stellina a sei punte dorate sulla quale era scritto in
caratteri ebraici il seguente verso dal Salmo I:
Sarà
come albero piantato lungo corsi d'acqua, che darà frutto a suo
tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue
opere.
sabato 5 ottobre 2013
KTR- CAPITOLO 4- QUELLO DELLA SVOLTA
Quella
notte Ben fece un sogno. Si trovava in una stanza simile al deposito
attrezzi per la pulizia di un grande edificio. Davanti a lui c'era
l'ascensore e alla sua destra c'era una porta tagliafuoco. Ad un
certo punto l'ascensore emise un suono e le porte si aprirono.
L'ascensore sembrava invaso dalle fiammate. Lentamente le fiamme si
diradarono e al centro c'era Chuck Norris in persona. L'insalata alla
Ben Ghidon stava producendo i suoi tipici effetti causati da una
difficile digestione?
Chuck
Norris si rivolse a Ben:
“Tu
sai chi sono, non è vero?”
Ben
disse:
“Tu
sei Chuck Norris”
“No,
io non sono Chuck Norris. Ne ho preso le sembianze per apparirti in
vesti più consone ai tuoi tempi.”
“E
allora chi sei?”
“Sono
il profeta Elia.”
Ben
era smarrito. Questa rivelazione l'aveva scioccato. Il profeta Elia
asceso al cielo, secondo la tradizione, si manifesterebbe sotto
mentite spoglie per vegliare sul popolo ebraico nei momenti di
difficoltà.
“E
perchè sei qui?”
disse
balbettando Ben Ghidon.
“Sono
qui, perchè devo affidarti un compito importante. In questo periodo
di devianza morale, di decadenza dei valori, di pericolo per il
popolo ebraico e per tutte le genti del mondo, tu sei stato scelto
per portare il messaggio di giustizia nel mondo. Dio ha deciso di
concederti poteri speciali per contrastare il male.”
“Quali?”
“ll
Signore ha deciso che tu puoi d'ora in poi potrai trasgredire il
dettame del sabato per contrastare i suoi nemici e i nemici della sua
gente!”
Ben
rimase senza parole, bianco come la manna che scendeva a fiocchi nel
deserto.
Il
profeta Elia continuò
“Tu
sarai d'ora in poi Kosher Texas Ranger. L'emissario del Signore. Il
giustiziere solitario e senza macchia.”
Ben
perplesso chiese:
“D'accordo
Kosher, ma perchè Texas Ranger?”
“Il
signore ha pensato che il tuo carisma avrebbe guadagnato da un nome
che richiami un famoso giustiziere di quella che voi di questo mondo
chiamate cultura pop...”
Un
attimo di silenzio.
“...Ora
vado. Un lungo riposo mi attende ora che ho affidato alla tua
risolutezza la protezione del mondo. Addio Ben. Hava Nagila!”
Così
disse e chiuse dietro di sé la porta tagliafuoco.
venerdì 27 settembre 2013
CAPITOLO 3 (spoiler: quello prima della svolta per KTR)
Prima
di andare a dormire ben Ghidon lavò i piatti. Non era un gran cuoco,
ma lui non lo sapeva. Le sue specialità erano l'insalata di riso, il
minestrone e il suo dolce speciale, tutti preparati con la sua
tecnica inconfondibile. L'insalata di riso era forse il suo
capolavoro di tecnica. Riempiva una pentola di acqua e ci versava un
bell'ammontare di riso. Poi accendeva il fornello e andava a vedere
la tv o a leggere un libro. Lasciava il fuoco andare per un paio
d'ore, mentre faceva altro. Quando tutta l'acqua era evaporata,
allora, chiaramente, il riso era pronto. L'effetto finale era un'
incredibile palla di riso con l'esterno della consistenza della gomma
da masticare con alcune zone bruciacchiate e con l'interno che era un
nucleo massiccio di riso semicrudo. A questo punto Ben versava il
blocco di riso in una terrina e poi vi riversava una scatola di
piselli bolliti. Dopo questo arricchimento, la metteva subito in
frigo dove durava per i successivi due tre giorni e costituiva per
lui motivo di grande gioia.
Il
suo minestrone era stato soprannominato dagli amici negli anni di
accademia “il tè di verdure”. Si trattava di una grande pentola
d'acqua vagamente salata con in sospensione alcuni pezzi di zucchine,
carote e patate.
Soltanto
il dolce sembrava cibo mangiabile alla gente comune. Si trattava
della ricetta più audace del repertorio di Ben: “le ricottine alla
ben Ghidon”. Si trattava di ricottine di capra coperte di miele.
Ben aveva imparato questa ricetta dalla nonna, che gli aveva detto
che derivava da una tradizione che si poteva far risalire all'epoca
dell'Esodo.
Mentre
la spugnetta puliva delicatamente le stoviglie con i residui della
sua leggendaria insalata di riso, Ben si preparava ad un'altra notte
animata dai pensieri cupi sul suo futuro professionale incerto.
venerdì 20 settembre 2013
CAPITOLO 2
Il
dramma del sabato mattina. La sveglia che suona e una religione che
ti proibisce di schiacciare il tasto per spegnerla! Un dramma che si
consumava una settimana sì, una settimana no, dentro le quattro mura
un po' umide dell'appartamento da quattro soldi di ben Ghidon. Era il
primo sabato per ben Ghidon senza lavoro da tre mesi a quella parte,
ovvero dall'ultima volta in cui il suo capitano gli aveva mostrato
l'uscio a seguito di un'altra delle sue azioni di forza. Che sia
chiaro, Ben non era un violento a priori, ma se qualche delinquente
gli puntava una canna di fucile, o una lama o un qualsiasi altro
oggetto che fosse una minaccia, Ben non esitava a fare uso di tutte
le sue tecniche più efficaci appartenenti al suo repertorio Krav
Maga. Questo aveva fatto più volte la differenza tra essere vivi o
morti o quasimorti. Tutti sapevano che in alcune circostanze
bisognava usare il guanto di piombo, tuttavia era dove mettere il
confine la questione spinosa. Diciamo che la soglia per lo scatto
della violenza di Ben era piuttosto bassa.
Una
volta aveva fatto mangiare una braciola di maiale a un delinquente
che aveva tentato di sparargli. Un'altra volta aveva sbattuto una
menorah in testa ad un ladro travestito da rabbino, per non parlare
di quando aveva piantato un tefellin in un occhio ad un rapinatore da
quattro soldi che lo aveva insultato per via del suo mento
pronunciato.
Comunque
tutti questi delinquenti erano finiti in gabbia e quando c'era un
caso da duri, era lui che chiamavano.
Potete
dunque immaginare come potesse reagire un così volubile carattere al
suono della sveglia quel sabato mattina. Eppure Ben si tenne forte e
utilizzò un po' di quella sua boriosità per trattenerne l'altra
parte che lo muoveva alla distruzione del fastidiosissimo oggetto.
La sveglia continuò a suonare fino a sera.
La sveglia continuò a suonare fino a sera.
Al
tramonto Ben con soddisfazione pigiò il tasto.
Era
stata una giornata pessima.
I
piatti ancora ammucchiati sul lavabo non erano ancora stati lavati;
in quel giorno non poteva. La sua testa era stanca, piena di
desolazione. Era così ogni volta che il suo spirito temerario veniva
costretto all'inattività.
sabato 14 settembre 2013
CAPITOLO 1
Il
capitano era furioso:
«La
finisca, Ghidon. E si prenda sessanta giorni di sospensione»
«Meglio
novanta...»
«...centoottanta
e fuori il distintivo»
Tenendo
in mano il distintivo appena strappato dall'uniforme ben Ghidon, con
la sua tipica espressione dura e sprezzante, disse:
«E'
una bella supposta a sei punte, ne approfitti...»
«Che
cosa vuol dire?»
«Dico
che puo' schiaffarsela nel didietro!»
Sbattendo
la porta ben Ghidon uscì in strada. Non era uso a scendere a
compromessi. Il capitano l'aveva deluso per l'ultima volta e ben
Ghidon non era il tipo di persona che conviene deludere.
Sulla
strada di casa Ben vedeva malessere, volgarità e desolazione. Vedeva
ingiustizia sociale per il suo popolo e per gli altri popoli. Questa
sua tristezza non traspariva dalla sua scorza che appariva costantemente dura a
uno sguardo superficiale, ma chi lo conosceva bene poteva scorgere in
quella kippà un po' pendente un tipico segno rivelatore. Ben era
molto attento quando indossava la sua uniforme o il suo abbigliamento
per le missioni in borghese: la kippà eccessivamente pendente
rivelava una distrazione che solo il suo senso di desolazione poteva
avere concesso.
Sulla
strada di casa, si fermò ad acquistare degli alimenti kosher; anche
se non era un ebreo ortodosso, aveva ereditato dalla famiglia alcune
abitudini che perpetuava, sempre impassibile, in maniera automatica.
A dire il vero, Ben non era neppure credente. Era da anni che non
andava in sinagoga. In lui era rimasta solo una certa quantità di
gesti svuotati e snaturati. Rispettava il sabato, ma non pregava,
certo non sparava neppure. Questo in effetti era stato un problema per lui,
così come era stato un problema per tutta la comunità, perchè
metteva per un giorno su sette la criminalità in una situazione di
evidente vantaggio. Ma le tradizioni sono tradizioni.
Stava
ormai calando il sole del venerdì. Sarebbe riuscito ad arrivare a
casa in tempo per il riposo dovuto? Però Ben non era tranquillo
dentro, era pieno di rabbia e di rancore. I suoi metodi erano
giudicati poco ortodossi, aveva una certa inclinazione a rispondere
alla violenza con violenza e un irrispettoso senso di schiettezza lo
portava spesso a reagire alla stupidità delle persone senza tenere
conto della loro posizione; era successo per esempio con il capitano. A lui non importava. Poteva essere il profeta Elia in persona, appena sceso
dal suo carro di fuoco, ma se si fosse comportato così, gli avrebbe
riservato comunque lo stesso trattamento.
La
vita della strada aveva trasformato la gentile pelle con cui si
era presentato il primo giorno di accademia in una pellaccia dura e
ricoperta di pelo ispido e appuntito. Quel poco di calore umano che
lo animava nei giovanili festeggiamenti di Pesach era stato trasformato dalla
strada in un nucleo di ghiaccio.
Ormai
aveva pochi amici e i contatti umani erano prevalentemente costituiti
da violenti scontri nelle periferie più malfamate. Nemmeno il
ricordo del compagno d'accademia Jovann' Eli con cui aveva diviso ore
felici mangiando pane azzimo e humus poteva dare al suo volto un
sorriso. L'unico sorriso che la sua bocca gli concedeva era di tanto
in tanto una beffarda espressione di sfottò verso qualche
incompetente superiore.
Il
sole stava sparendo ormai del tutto mentre Ben apriva la porta del
suo squallido appartamentino. Dal lavandino un odore fastidioso di
piatti non lavati pervadeva l'aria.
Iscriviti a:
Post (Atom)









